Missione Giornalista

Il contrario della guerra non è la pace, è la creazione (Rent, il musical)

Sveglia! La mia giornata (tipo, ma anche no)

time

Sfatiamo un mito. I giornalisti non dormono fino alle 11. Almeno, non lo faccio io. Come ho già avuto modo di dire, questo blog vuole essere prima di tutto un luogo dove raccontare il mio lavoro, il mio “mestiere”. E dove farlo anche molto concretamente, come in questo caso. Esistono, e qui mi ripeto ancora, mille modi di interpretare e incarnare il mestiere di giornalista. C’è chi lo fa in una redazione, chi lo fa in modalità free lance integrale e integralista, chi lo fa come me, mixando diverse interfacce. Vestendo ruoli diversi.

Ho parlato di mito perché aleggia nell’aria la credenza che i giornalisti facciano “la bella vita”. Anche io qualche anno fa, approcciandomi al mondo del giornalismo, pensavo che i giornalisti avessero orari molto comodi, nella mia testa profondamente diversi da quelli di un operaio o di un impiegato. In molti pensano che chi pratica questa professione si possa svegliare con molta calma al mattino e abbia parecchio tempo libero durante il giorno. Può essere, per certi ruoli e per certi versi. Penso ad alcuni colleghi che lavorano in redazione, a quelli che stanno al desk, in cucina: probabilmente l’orario di arrivo in ufficio è molto vicino all’ora di pranzo (poco prima o poco dopo). Ma anche loro pagano un dazio: perché l’orario di uscita serale può essere molto scomodo. Nessuno molla il banco fino a che il giornale non è chiuso, con il “rischio” di restare in ufficio fino a notte avanzata. Anche questo esempio molto banale però lascia il tempo che trova. Il giornalismo è una professione che sta cambiando pelle (ma anche ossa e cervello) molto, forse troppo, velocemente. Le redazioni web non staccano quasi mai. Nelle redazioni dei giornali “di carta” ci sono redattori che “fanno la notte”. E poi esistono anche i tg o radiogiornali all’alba, per cui c’è qualcuno che fa delle vere levatacce.

Insomma fin qui ho detto tutto e detto niente. Ho fatto un gran casino. Un pastone che forse ha confuso e annebbiato. Per cui vado oltre. E per sfatare il mito che il giornalista non dorme fino alle 11 (in senso lato, che non fa “la bella vita”), vi racconto i miei orari. La sveglia a casa mia suona intorno alle 6.50. D’inverno quando apro la finestra degli bagno (la prima che spalanco in ordine di tempo nella metodica tabellina delle cose che faccio, con ordine robotico, quando mi sveglio)fuori è buio pesto. Doccia, colazione, quattro chiacchiere con mia moglie. Poi si parte. Let’s go. Motori accesi, pronti via. Raggiungo la redazione dove lavoro come redattore e utilizzo i primi minuti per “fare il punto”: un occhio al giornale di carta, uno a quelli on line per la tradizionale rassegna stampa mattutina. Spulciata veloce alle mail, un po’ di risposte; poi mi tuffo un po’ sui social, a caccia di qualche spunto. Attacco subito a scrivere: pezzi per il web (Nordmilano24.it), pezzi arretrati, servizi o inchieste da completare. E via dicendo. Dalle 10 in poi si scatena il putiferio: mail telefonate, messaggi. La mattina è anche il momento per le interviste o gli appuntamenti. Entro mezzogiorno mando una mail alla redazione de Il Giorno con il “menu” della giornata, cioè un elenco di proposte che potrebbero poi trovare spazio nel giornale del giorno dopo. Ripeto l’azione anche per La Gazzetta dello Sport: segnalazioni, spunti, idee, con la speranza di trasformarli in parole, di metterli nero su bianco. Pranzo. Di solito abbastanza veloce. Altre volte, invece, più rilassato. Pomeriggio mi tuffo nella scrittura. Le redazioni per cui collaboro mi fanno sapere cosa e quanto scrivere: e la tastiera inizia a fumare. Cerco di darmi un ordine. Prima chiudo tutti i pezzi per questo giornale, poi per quest’altro. Ogni tanto butto un occhio ai social, ai siti che tengo sotto controllo per vedere se mi è scappata qualche notizia. Avanti così fino alle 19 circa. Un giorno (ammetto, era particolarmente pesante, una vera “giornataccia”), ho scritto 35 pezzi. Qui ci metto dentro anche quelli più corti, le brevine. Che comunque richiedono il loro tempo e la loro dovuta applicazione: 3 o 4 pezzi per Il Giorno, un paio per la “rosea”, 2 o 3 per TTG Italia. Ne sparo 5 o 6 per Nordmilano24.it e poi c’è Il Gazzettino: a quelli che scrivo io (alcuni giorni anche una dozzina) si aggiungono quelli da passare, leggere, correggere, sistemare, titolare.

Il mercoledì è da “campioni”. Una maratona, una cronoscalata da Giro. Perché è il giorno di chiusura de Il Gazzettino di Sesto: così a tutto il resto, e alla scrittura dei pezzi per lo stesso free press sestese, si sommano la correzione delle bozze, l’impaginazione, la lettura, l’inserimento di foto e dati e l’ideazione della prima pagina (a cui cerco di partecipare molto attivamente dando vita, spesso, a una piccola gara di creatività con Sergio e Rosario).

Questo è quanto. O meglio. Questa è una bozza, un menabò, un copione appena abbozzato. Perché poi arriva la telefonata che sconvolge i piani, c’è l’intervista che ti richiede più del previsto o il fatto di cronaca che ti vuole sul posto. I programmi vanno in fumo, le tabelle sono da buttare, i cronoprogrammi da stracciare.

Mito sfatato? Penso di sì. E non ho detto nulla del fine settimana o di quei momenti in cui scrivo da casa, anche dopo cena. Oppure dei tempi liberi inaspettati e per questo ancora più belli. Ps: c’è il rischio che la lettura di questo post lasci delle ombre di tristezza. Così ci tengo a precisare: sono contento del mio lavoro, di come lo faccio e dei tempi che mi chiede e che spesso mi regala. Sono contento, entusiasta, desideroso di andare avanti, con grinta, con coraggio. Stanco, ma contento.

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Un commento su “Sveglia! La mia giornata (tipo, ma anche no)

  1. Laura
    30 maggio 2014

    Nessuna menzione alle telefonate da parte di PR rompiscatole? 😉

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Questa voce è stata pubblicata il 30 maggio 2014 da in Al lavoro con tag , , , , , .
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