Missione Giornalista

Il contrario della guerra non è la pace, è la creazione (Rent, il musical)

Racconti brevi: scrivere mi piace, anche quando non e’ “giornalismo”

Della serie, “Racconti brevi”. Scrivere mi piace, e ogni tanto mi cimento e mi diletto in forme di scrittura che non hanno nulla a che vedere con il giornalismo. Recentemente mi era stato chiesto di “buttare giù” una storia, un racconto brevem per celebrare i 60 anni di vita del campeggio Stella Alpina del mio oratorio, il San Luigi di Cinisello Balsamo. Ho raccolto informazioni, mi sono documentato, “ho studiato”, e poi ho scritto. Il racconto è stato inserito nel libretto celebrativo, insieme alle lettere dei sacerdoti che si sono avvicendati alla “guida” dell’oratorio e quindi del campeggio.

Al di là del tema, cioè del soggetto, quello che ho scritto mi piace. Mi sono divertito e ora volevo condividere anche questa mia piccola, semplice, umile, fatica letteraria. Buona lettura!

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Mi ha preso la mano, abbiamo varcato insieme il cancello dell’oratorio San Luigi. Alle nostre spalle l’asfalto di via Fiume. Qualche decina di metri più in dietro c’è piazza Gramsci e il campanile di Sant’Ambrogio. Mi ha preso la mano, a dire il vero stringendola un po’ troppo, come volesse farmi capire che stava per dirmi o farmi vedere qualcosa di importante. Quel cancello l’avevo varcato centinaia, forse migliaia di volte; col pallone in mano, in maglietta e calzoncini come con il cappotto e lo zaino sulle spalle. Ma in quell’occasione era tutto diverso, c’era qualcosa di strano e insolito. Mi ha tenuto la mano e insieme abbiamo cominciato a camminare. Mi ha guardato, ma non ha detto nulla. Il suo sguardo era sereno, contento, quasi commosso. Abbiamo iniziato a camminare insieme, i nostri passi uno dopo l’altro quasi in sincrono. Uno, due, tre, dieci, trenta.

C’era un bel sole, caldo e luminoso. Ma anche un vento fresco che muoveva le foglie degli alberi. Abbiamo passato il portico insieme, sempre uno di fianco all’altro, sempre in silenzio. Quaranta, quarantuno, cinquanta, sessanta. Siamo arrivati fino alla soglia del campo a sette e ha tirato un sospiro, non di sollievo, come di soddisfazione. E mi ha stretto ancora di più la mano, continuando a camminare con lo stesso passo spedito e deciso.

Novanta, novantuno. Cento. Ci siamo fermati a pochi metri dal muro che segna il confine dell’oratorio e ci siamo girati sul lato, lasciando le spalle al grande campo da calcio dove l’erba stava tornando a spuntare. Si è tirato un po’ su il cappello con la mano sinistra e ha sorriso, mostrando i denti. “Ecco, era qui, era proprio qui”.

“Cosa?”.

Io ero un ragazzo, anche se mi sentivo già grande. L’oratorio lo conoscevo bene e non capivo cosa mi stesse dicendo. Davanti a noi, oltre la rete verde, c’erano le piante che compongono quello che una volta era conosciuto come “il giardinone” e che oggi resta comunque uno degli angoli più freschi di tutta l’area. La montagnetta, un cumulo di terra che si alza dal suolo di quattro o cinque metri al massimo, dominava ancora la zona.

“Era proprio qui, mi sembra ancora di vederlo”, ha ripetuto ancora una volta.

E io, piccolo ma non troppo, continuavo a non capire e anzi ora la sua presa sulle mani mi dava quasi fastidio.

“Il campeggio. Il primo campeggio. Era proprio qui. Non le vedi anche tu le tende bianche intorno alla montagnetta?”.

Ancora non riuscivo a capire se mi stesse prendendo in giro. Via Fiume era sì lontana, ma a dire il vero si trattava pur sempre di poche decine di metri. Lo stesso vale per piazza Gramsci, per via Libertà dove corre la 31 e dove si staglia il campanile di Sant’Ambrogio. Duecento metri in linea d’aria, non di più.

“Nonno, io non vedo niente. C’è la montagnetta, ci sono gli alberi, ma non vedo nessuna tenda”. “Guarda bene”, ha ripetuto con un mezzo ghigno.

Ho sgranato gli occhi, mi sono anche passato una mano sulla faccia come a togliere qualcosa da davanti. Ma continuava a non esserci nulla più che le solite care piante dove da bambino mi nascondevo giocando con gli amici.

“Ti aiuto io”, mi ha detto con voce risoluta, capendo che non stavo capendo.

“In che senso?”.

“Chiudi gli occhi, chiudi gli occhi e ascolta”.

Ho fatto come mi ha detto. L’ho guardato per l’ultima volta prima di chiudere gli occhi e ancora aveva quello strano sorriso soddisfatto sul volto. Mi fidavo di lui, ho chiuso gli occhi.

“Era il 1955. Un gruppo di ragazzi, di giovani dell’oratorio decise di fare un esperimento e durante l’estate di vivere insieme per qualche giorno. Di campeggiare insomma, ma siccome si trattava di un esperimento, per il primo anno decisero di piantare quelle loro tende, che gli erano state prestate, qui, nel giardino”.

All’improvviso mi sono accorto che non sentivo più nulla, c’era un silenzio tombale, che mi ha fatto persino allarmare. Ho stretto gli occhi per “sforzare” le mie orecchie e cercare di captare qualche segnale, ma niente. Non sentivo nulla. E allora ho deciso di riaprire le palpebre.

Tre tende. C’erano tre tende bianche. Non erano molto alte, un po’ sgangherate, sporche di terra, c’era qualche macchia qua e là. I picchetti erano ben piantati nel terreno, anche se si vedevano le “teste” spuntare dal prato. Mi sono girato di colpo e mi sono accorto che anche alle mie spalle c’erano altre piante, ero completamente immerso in un piccolo parco. Alberi più o meno grandi erano contornati da cespugli pieni di foglie e fiori colorati.

Sentivo le voci provenire dall’interno delle tende e ho deciso di avvicinarmi, a passo lento, titubante e un po’ smarrito. Non avevo paura perché mi sentivo comunque a casa. Man mano che mi avvicinavo sentivo i discorsi farsi più chiari. Un gruppetto di ragazzi stava chiacchierando.

“Credo non si potesse scegliere meglio. Hanno fatto bene a votarlo”.

“Sempre la Dc, sempre la Dc”.

Tre ragazzi erano davvero indaffarati. Avevano in mano carta e penna stavano scrivendo qualcosa e discutevano intensamente.

“Cum’è ca la ciamum? Stella Azzurra? Sì dai, fem inscì. Forsa Stela sta ben”.

Un altro capannello di giovani stava ascoltando della musica da una radio. Non sembravano essersi accorti di me. Ridevano e scherzavano, seduti a terra, qualcuno leggeva il giornale: era giallognolo e in prima pagina si parlava di tal Giovanni Gronchi. Sono stati interrotti dal suono di una campana. A reggerla in mano e a farla mulinare in aria con gran forza c’era un altro ragazzo, dal fisico abbastanza minuto, asciutto ma forte.

“Tutti qui, tutti qui”, ha urlato.

Continuavano a non accorgersi di me.

“Allora oggi Giuseppe ed Egidio si occupano della spesa e della cambusa”.

“Sperem”, ha detto qualcuno facendo scoppiare tutti gli altri in una risata rumorosa.

Ho riso anche io.

“Luigi, Giovanni, Mario e Silvio, vi occupate voi di organizzare i giochi della giornata?”.

“Va ben”.

“Qualcuno mi dà una mano a organizzare la messa?”.

“La fem chi o in gesa?”

“Qui, qui. Stiamo al campo, no?”.

Si allontanarono. Erano circa una ventina e ognuno riprese a fare quello che stava facendo prima o quello per cui era stato incaricato.

Il muro di Villa Caorsi era segnato dal tempo, il suo colore un po’ sbiadito. Non sentivo rumori di automobili, c’era un ragazzo che suonava la chitarra e canticchiava, nemmeno troppo intonato. Ma era allegro. E altri che si facevano la barba con degli specchi di fortuna e le lamette da barbiere.

Mi sono girato e mi sono accorto che l’oratorio che conoscevo non c’era. I luoghi che riuscivo a vedere avevano comunque tutti un’aria familiare, c’era un non so che di conosciuto. Ho notato anche un albero molto grande, molto più degli altri: e c’erano dei ragazzini, forse bambini, che si nascondevano dietro il suo tronco robusto per sbirciare i più grandi che si erano accampati con le tende. Spiavano, ridevano, buttavano fuori la testolina dalla corteccia e poi la rimettevano dietro, per non farsi vedere. Là dove le piante si diradavano ho visto arrivare due persone. Avevano la veste nera, lunga, e un passo veloce. Stavano dialogando tra loro, muovevano le mani, gesticolavano. Uno dei due indicava e parlava, l’altro ascoltava e ogni tanto alzava lo sguardo.

“Ragazzi, tutti qui”.

In pochi si sono accorti di loro, tutti presi tra giochi e attività.

“Ragazziiiii, venite qui un attimo. Vi devo presentare don Luigi”.

“Hai capito?”.

Qualcuno stava parlando di nuovo con me. Ma non capivo.

Mi sono stropicciato gli occhi e ho visto di nuovo il nonno, che però non mi teneva la mano ma stava muovendo le braccia, indicando qualcosa davanti a lui.

“Te capì?”, ha ripetuto.

“Sì”, mi è uscito quasi in automatico, anche senza volerlo.

“Hanno iniziato qui, quasi per caso. L’idea era venuta ai più grandi. Peppino aveva lanciato la proposta e tutti avevano gradito. E così avevano fatto nascere il campeggio, il primo campeggio”.

Il nonno mi ha raccontato tutto e io lo ascoltavo interessato. Mi ha parlato di don Massimo Pecora, di quanto fosse bravo e di quanto fosse stato intelligente a spostare l’oratorio da via Roma in via Fiume. Mi ha raccontato di don Luigi Pozzi, di quando era arrivato per la prima volta in città a Cinisello e aveva conosciuto i ragazzi che avevano montato tre tende sulla collinetta. Ma anche di don Mario Colnaghi, che era stato uno dei protagonisti di quel primo campeggio “primitivo”, che aveva dormito con i ragazzi e poi aveva continuato la sua “carriera” pastorale come prete operaio, nelle fabbriche, al fianco dei lavoratori.

Mi ha detto che era il periodo dopo guerra, c’era fermento. I giovani della parrocchia, che ruotavano attorno all’oratorio, avevano fondato un circolo culturale: si trovavano per parlare della ricostruzione, di politica, pregavano, mangiavano e giocavano. Avevano anche un giornalino, si chiamava “Il primo razzo”.

“Erano anni intensi, c’era voglia di fare”, ha aggiunto il nonno.

“Per quanto tempo sono stati qui con le tende?”

“Se non ricordo male per due settimane, più o meno. Era in fin dei conti un esperimento. Che però era riuscito alla perfezione, tanto che l’anno successivo il campeggio è stato ripetuto, questa volta però in montagna, per davvero”, mi ha risposto lui.

Ci siamo girati, abbiamo ricominciato a camminare ma questa volta non mi teneva più la mano. E il nonno ha continuato a parlare, a raccontarmi di luoghi, di montagne, a fare elenchi, lunghi anzi lunghissimi, di nomi, cognomi e soprannomi.

Camminando ho guardato verso l’alto e ho puntato lo sguardo al sole. I raggi mi sono entrati negli occhi, mi sono coperto con una mano e ho buttato la testa verso il basso. Avevo quelle strane macchie blu sugli occhi e quando li ho riaperti non ho visto più nulla. Tutto bianco, per qualche secondo. Ho cercato con le mani di toccare il nonno ma ancora una volta non l’ho trovato più. Non appena lo sguardo è tornato nitido mi sono accorto di non essere più in oratorio. Ho sentito il rumore del vento e c’era il sole. Ho visto le stesse tre tende: su ognuna c’era poggiato un cartello. Villa Irene, Villa Adelaide e Villa Canonica. Ce n’era una quarta, ribattezzata Villa Gnam Gnam. Su un altro cartello, appoggiato a pochi passi dalle tende, c’era scritto “Campeggio Stella Alpina”.

Non ho più visto i campi dell’oratorio e il portico. C’erano le montagne, quelle vere, e il sole e il vento erano un chiaro indizio che mi trovavo lontano.

“Balin! Balin!”.

Mi è passato a fianco un ragazzo in braghe corte, urlava con le mani davanti alla bocca.

“Balin! Qualcuno ha visto Balin?”.

Da dietro una tenda è sbucato un cagnolino mezzo spelacchiato che abbaiando è saltato verso il ragazzo che lo chiamava. Ho riconosciuto i volti che avevo visto pochi attimi prima sulla montagnetta, vicino a quelle stesse tende. C’erano Peppino e Giuseppe, c’erano Egidio, Giorgio, Luigi, due gemelli, Mario e Antonio, i piccoli Luigi e Lino. E c’era anche lo stesso prete che avevo visto arrivare in oratorio. Non aveva la veste nera addosso, ma la faccia era chiaramente la sua.

“Fate respirare le tende, tirate fuori le cose, fategli prendere aria che ieri ha piovuto tanto”, ha gridato.

“Dai che pomeriggio andiamo in gita”, ha urlato Peppino.

Non c’erano molte case attorno, ne vedevo poche in lontananza, e prima delle cime si intravedeva un lago. Grande, molto grande. Due ragazzi reggevano in mano degli enormi pentoloni, erano a petto nudo: dalle pentole, che luccicavano al sole, usciva dell’acqua. Altri due reggevano in mano dei pezzi di legno appena tagliati.

“Era il primo campeggio fuori Cinisello, il primo campeggio vero. Raccontavano sempre di quell’esperienza. A don Luigi piacque molto l’idea del campeggio e volle sempre ripeterla”.

Mi sono sentito toccare, ero di nuovo in oratorio. Il nonno mi ha passato una mano sulla spalla. Ho capito di essere di nuovo “in me”.

“Era stato piantato ai Piani di Sole, sopra Intra e il Lago Maggiore. Fu un successo. Era il 1956 e l’anno dopo sono stati a Carlazzo, in Val Menaggio, sopra Como. Te capì? Quelli sì che erano campeggi spartani, non come quelli che fate voi oggi. Campeggi veri”.

Ho pensato alla mia esperienza, alle “mie” tende e ai “miei” bagni. Effettivamente mi è sembrato tutto molto diverso da allora. Il nonno mi ha raccontato che c’era solo una canna dell’acqua e al posto del bagno una buca a terra. Si cucinava nelle pentolone, sopra un fuoco improvvisato o fornelli “alla buona”. Le tende non avevano affatto tutte le comodità che abbiamo imparato a conoscere in questi tempi.

“Comunque, un campeggio dopo l’altro, la struttura cresceva. Le tende diventarono prima cinque, poi sei. A un certo punto si decise di costruire una casetta come cucina”.

Il nonno ha continuato a raccontare per qualche minuto. Passeggiavamo in oratorio, c’erano i bambini più piccoli che salivano e scendevano dalle altalene e quelli più grandi che passavano con la borsa della Stella, diretti verso gli spogliatoi per gli allenamenti, seguiti da mamme, papà e nonni.

“Pian di Sole, Carlazzo, poi Piazza Torre, nella bergamasca. E poi ancora Val Formazza, Alagna, la Val Masino e la Val Daone”.

Snocciolava date e nomi di posti quasi sconosciuti. Ma mi sembrava di vederli: giovani e contenti, con le braghe corte, i capelli lunghi, gli occhiali con le lenti grandi, giocare tra le tende, piccole ma comunque accoglienti; infilarsi gli scarponi marroni, di cuoio, e lanciarsi alla scoperta di qualche nuovo sentiero; cantare insieme, la sera, attorno al fuoco e sotto le stelle, con il maglione e la giacca a vento dal bavero alto. Mi sembrava di vederli tutti. Loro prima di me.

“Palla”, ha gridato qualcuno.

Mi sono voltato, ho restituito il pallone con un calcio a due ragazzi che stavano giocando sul campo a sette. Mi sono rivoltato verso il nonno ed era sparito, un’altra volta.

Le tende erano diventate molte di più. Erano blu, dopo quelle bianche erano cambiate leggermente di forma ma soprattutto di colore. All’improvviso è partita una marcetta militare che risuonava da un altoparlante. Ho visto due ragazzi che ridevano, si toccavano le spalle e ghignavano. Dietro di loro c’era un adulto, era chiaramente un sacerdote. Il sole non era ancora spuntato dalle creste delle montagne che ho notato immediatamente.

“Don Mario! Don Mario!”, ha urlato uno dei due giovani per andare un tono sopra al giradischi.

Don Mario si è girato, si sono fatti segno con la mano e si sono intesi. Intanto dalle tende blu hanno preso a uscire, alla spicciolata, i ragazzi. Decisamente più piccoli dei due che “comandavano” la musica.

“Svegliaaaaaa!”, ha urlato un terzo ragazzo uscendo da una tenda con in mano un campanaccio che agitava nell’aria vorticosamente.

In pochi minuti una trentina di ragazzini si sono radunati fuori dalle tende; la musica si è spenta per qualche secondo per poi ripartire.

Era chiaramente l’Inno di Mameli. Stava risuonando nella valle, con le cime che venivano baciate dal primo sole che colorava di giallo i cucuzzoli brulli. Tutti in piedi, sguardi assonnati, molti sbadigli.

Dopo l’inno di nuovo il silenzio, e don Mario ha fatto fare a tutti il segno della croce. Con un libro in mano ha letto un brano di Vangelo. Io assistevo alla scena stando appena fuori dal grande cerchio. Un “Padre Nostro”, tutti mano nella mano. E poi un’”Ave Maria”. Di nuovo silenzio, uno sguardo al cielo.

“Lavatevi la faccia al torrente, poi colazione. E oggi si va a camminare”, ha detto contento il prete.

“Dino, Paolo e Luigi, venite con me un secondo”, ha aggiunto chiamando i ragazzi più grandi. “Contate le scatolette di tonno e carne, il pane è arrivato?”.

Poco più lontano delle tende ho visto una vecchia Guzzi, a fianco c’era una Vespa e un furgoncino. Quest’ultimo era appena arrivato, dalla portiera del conducente era sceso un altro ragazzo.

“Enrico, moves!”, gli ha urlato il sacerdote mentre rincorreva due ragazzini che tenevano in mano un asciugamano marroncino.

“Spostatevi”, ha urlato il ragazzo che era sul furgone, trascinando un sacco da panettiere.

Mi ha urtato, mi sono spostato, stavo per cadere.

Mi sono rialzato, il nonno mi guardava stranito.

“Te stè ben?”.

“Sì, perché?”.

“A Ghigo di Prali, ma anche a Ollomont, o in Val Formazza, o a Ceresole, ci tornarono più volte el corso degli anni. Il campeggio intanto si ingrandiva, i genitori andavano a vedere la struttura di domenica e cresceva il numero di ragazzi e bambini che volevano andare lassù in vacanza”, ha aggiunto il nonno come se stesse parlando da ore, senza interrompere il filo del suo discorso che stava intessendo pian piano, con calma ma anche con gioia.

“Don Mario, poi don Luigi, poi don Enrico. Uè, il campeggio è sempre piaciuto a tutti. Tutti”, ha chiuso il discorso.

Stava per farsi sera, in realtà il sole si stava abbassando pian piano. A un certo punto si è aperto il cancello dell’oratorio, quello che si affaccia su via Fiume.

“Aldoooo!”. Un urlo forte dalla segreteria.

Dal “cancellone” sono entrati, uno dietro l’altro, due o tre camioncini, e due macchine. Piene zeppe di adulti. Sono scesi dall’auto parlando tra loro, hanno scaricato zaini e borse, richiuso le portiere. Avevano il volto scottato dal sole, la pelle rossa e lo sguardo contento.

“Arrivo, scendiamo un secondo a fare il punto”, ha detto uno di loro.

Anche il nonno si è fermato a guardare la scena.

“Se il campeggio è diventato così bello è merito loro”, ha commentato indicandoli e salutandone alcuni. Che hanno continuato a tirar giù borse e borsoni e scatoloni dalle auto e dai pullmini e a dirigersi verso i box che stanno sotto la Casa dell’Accoglienza, là dove c’è la “tana” degli “Uomini del Campeggio”, associazione nemmeno troppo segreta che è forse l’anima più sporca ma allo stesso tempo più candida del campeggio del San Luigi. “Aldo, chiama il Mario e l’Elso, vi aspetto qui”, ha detto il don affacciandosi dalla porta della segreteria.

Ho chiuso gli occhi un secondo, e questa volta spontaneamente ho cercato di pensare alle parole del nonno. Effettivamente dal mio primo campeggio, le cose erano cambiate molto stando ai suoi racconti e alle mie visioni. Ho stretto con forza le palpebre, ho dovuto sforzarmi di fare un altro salto all’indietro, nella memoria. Questa volta la mia.

Val Formazza, anno 1995. Le tende, almeno otto, erano verdi. E grandi. Non c’entravano più nulla con quelle che avevo visto fin qui nelle mi visioni. Verdi e grandi. C’era un torrente, pieno e rumoroso, a due passi da una grande tenda ottagonale, bianca. Sullo sfondo le cime innevate e una diga enorme, perentoria, massiccia, che faceva la guardia alla valle. Io ero un piccolo ragazzino di prima media.

Il campo era pieno di gente, don Sergio aveva una racchetta da ping pong in mano e un grande librone. Un messale, chiaramente. C’erano tanti altri ragazzi come me, qualche giovane, tutti con il pile addosso perché l’aria era frizzante.

Ho mandato avanti “il nastro”, mi sono ritrovato in Val di Sole, ancora sul bordo di un torrente, quindi a Campodolcino, con un grande albero al centro del campo e la tenda salone diventata rettangolare. Poi Ceresole: dal campo si potevano vedere almeno altri 3 campeggi, con le tende rosse e arancioni, montate qualche centinaio di metri dal nostro. A Ollomont le tende erano in fila, non più in cerchio: un accampamento con un non so ché di militaresco, nel quale spiccava il campo da pallavolo. E ancora, Val Grisanche, con un’altra diga e altri campeggi. Sempre più tende, sempre verdi. I bagni erano diventati più grandi, con tre scalini per accedervi. E la cucina era grande come due tende, da lì usciva un profumo di risotto che mi è sembrato ancora di sentirlo nelle narici, sul palato.

Ho riaperto gli occhi, ben conscio di non aver avuto alcuna visione. Questa volta avevo viaggiato un po’ ella memoria. Avevo scovato tanti bei ricordi nei file della mia testa e del mio cuore. Ho sentito di nuovo vociare, il gruppo di adulti era tornato dal cortile di via Sant’Ambrogio. Parlavano ancora tra di loro, hanno girato l’angolo, passando davanti ala segreteria e si sono infilati nella segreteria del don.

Col nonno siamo usciti dal cancello. Stava effettivamente facendo più buio e ci siamo rimessi a camminare verso casa. Uno, due, tre, quattro. Altri passi fuori dal cancello di via Fiume che era ormai alle nostre spalle.

Ci sarei tornato l’indomani in oratorio, nel mio oratorio. Ma mai come quella volta mi sono sentito parte di una storia che era iniziata anni e anni prima di me e che grazie a tante persone continuava. Un capitolo dopo l’altro la comunità stava scrivendo la storia del campeggio Stella Alpina, e io nel mio piccolo camminavo verso casa sentendo che sarebbe toccato anche a me, sempre nel mio piccolo, prendere in mano la penna e aiutare a scrivere questa bellissima storia.

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