Missione Giornalista

Il contrario della guerra non è la pace, è la creazione (Rent, il musical)

Journalism that stands apart: per fare la differenza occorre fare meno

Sono stato un po’ assente dal blog negli ultimi giorni. In primo luogo perché sono state settimane intense, dense, stancanti. In secondo luogo perché mi sono preso del tempo per la mia “formazione professionale”: ho dedicato del tempo a capire come “fare la differenza” nel mio mestiere. E per farlo mi sono affidato a professionisti che hanno sempre fatto e continuano a fare la differenza: parlo dei giornalisti del The New York Times che hanno pubblicato il report “Journalism that stands apart”, letteralmente, giornalismo che fa la differenza.

nytimes

Mi sono preso del tempo per leggere e studiare il documento (pubblicato a gennaio 2017), in inglese ovviamente, redatto dal “2020 Group”: un team del 7 giornalisti del Times che hanno messo nero su bianco quali scelte deve compiere il giornale per arrivare al 2020 e continuare a fare la differenza ma anche a fare ricavi.

Non mi dilungherò troppo. Chi volesse dare un occhio al report lo può trovare a questo link (cliccate qui). Io mi permetto di riprendere alcune parti che penso possano essere un prezioso consiglio per me e per quanti condividono la passione per questa professione. Il messaggio di fondo è questo: “We need to change”, cioè dobbiamo cambiare. Lo dicono i giornalisti del Times, e penso che se lo dicono loro, ci sia da fidarsi, o almeno da buttare un occhio. “Yet to continue succeeding – to continue providing journalism that stands apart and to create an ever-more-appealing destination – we need to change. Indeed, we need to change even more rapidly than we have been changing”. Cambiare, cambiare più rapidamente di quanto siamo già cambiati. Per aumentare i lettori e i sottoscrittori entro il 2020, dicono dal Times. Per dare futuro a questo bellissimo mestiere, dico io. “For The Times to become an even more attractive destination to readers – and to maintain and strengthen its position in the years ahead – three broad areas of change are necessary. Our report must change. Our staff must change. And the way we work must change”.

La via dettata dal “2020 Group” è molto semplice: fare meno per fare meglio. “The Times publishes about 200 pieces of journalism every day. This number typically includes some of the best work published anywhere. It also includes too many stories that lack significant impact or audience that do not help make The Times a valuable destination”. E poi: “We devote a large amount of resources to stories that relatively few people read”. Traduco e faccio mio: dedichiamo un largo ammontare di risorse a storie che poche persone leggono. Perché “Internet is brutal to mediocrity”: perché perdere tempo a scrivere qualcosa che i lettori trovano velocemente e gratuitamente in altri luoghi e altri mondi?

Come migliorare? Ecco i consigli:

  1. I report, cioè gli articoli, i servizi, le inchieste (chiamatele come volete) devono essere più “visual”, cioè contenere più elementi visivi: “Scriviamo lunghe stringhe di testo quando una fotografia o un video potrebbero essere più eloquenti”. “To solve the problem, we need to expand the number of visual experts who work at The Times and also expand the number who are in leadership roles”.
  2. Bisogna utilizzare forme giornalistiche più “digitally native”. Internet, dicono dal Times, è una lingua franca, non solo un luogo, un ambiente digitale. Le forme di scrittura digitale devono invadere anche i giornali di carta stampata.
  3. Nuovo approccio ai servizi. “To be blunt, we have not yet been as ambitious or innovative as our predecessors were in the 1970s”. Pensa un po’. “Our readers are hungry for advice from The Times. Too often, we don’t offer it, or offer it only in print-centric forms”. Siamo “carta-centrici”? Forse sì, forse troppo.
  4. Coinvolgere i lettori, o meglio, farli diventare parte del servizio, parte del giornale, parte del lavoro. “The readers of The New York Times are very much a community. They want to talk with each other and learn from each other, not only about food, books, travel, technology and crossword puzzles but about politics and foreign affairs, too”.

 

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